CARNEVALE di VENEZIA 2017
CREATUM: VANITY AF-FAIR
Sabato 11 febbraio ore 17
Inaugurazione
MOSTRA: VANITOSA VENEZIA
La Venezia del ‘700 attraverso le vedute d’ottica per il MONDO NOVO

Era già stata progettata VANITOSA VENEZIA, la Mostra de LA FABBRICA DEL VEDERE che per il Carnevale 2017 avrebbe esibito una selezione delle stampe settecentesche che hanno dato il via alla spettacolarizzazione della visione. Quelle vedute d’ottica anche colorate e traforate che, poste nel Pantascopio, rinominato da Carlo Goldoni “mondo novo”, hanno iniziato a far viaggiare l’”icononauta” che è in noi e che oggi si bea di cinema, TV e web. Il rammarico era che nell’Archivio Carlo Montanaro, non fosse conservato un esemplare dello strumento piuttosto raro. Ma poi è avvenuto uno splendido scherzo di Carnevale! E sabato 11, con una visita guidata alle 16 (che verrà replicata alla stessa ora nei due sabati successivi) e l’apertura alle 17, avrà luogo l’ inaugurazione della Mostra. Con tredici “vue d’optique” che raccontano una Venezia gioiosa, e con un “mondo novo” portatile olandese di fine settecento, all’interno del quale si replicherà la meraviglia del passaggio tra il giorno e la notte, in altre sette visioni cesellate dalla luce. La Mostra VANITOSA VENEZIA è parte integrante del progetto che l’Associazione Musica Venezia e l’Archivio Carlo Montanaro propongono per il Carnevale 2017 che prevede due Cine- Concerti con Ulisse Trabacchin alla Fondazione Querini Stampalia, giovedì grasso alle 16 MELIES A COLORI, inseguendo l’inventore della finzione cinematografica e il 28, ultimo di Carnevale, alle 18 con ONE WEEK e SHERLOCK JR, “ImpAssibile non ridere” con Buster Keaton. Mentre venerdì 24 alle 18 all’Ateneo Veneto un evento multimediale: GG&BB, George Gershwin e Busby Berkeley, con estratti dai grandi musicals degli anni ’30 e le registrazioni originali per autopiano delle canzoni di Gershwin eseguite dal vivo dalla cantante Giovanna Dissera Bragadin e visualizzate dalle invenzioni grafiche di Igor Imhoff.

CINE-CONCERTO
MÉLIES A COLORI (1896 – 1912)”
FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA

Giovedì 23 febbraio alle ore 17.00

CINE-CONCERTO
GG&BB George Gershwin & Busby Berkeley
musiche da autopiano, immagini da videoproiettore,

voce di Giovanna Bragadin, visioni di Igor Imhoff
ATENEO VENETO
Brani musicali intervallati dal proiezione dei film di Busby Berkeley.

Venerdì 24 febbraio, ore 18.00

CINE-CONCERTO
ImpAssibile non ridere
ONE WEEK” di Buster Keaton e Edward Cline
SHERLOCK JR.” di Buster Keaton
Edizione originale con sottotitoli in italiano.

Al piano Ulisse Trabacchin
FONDAZIONE QUERINI STAMPALIA
Martedì 28 febbraio alle ore 18.00.


Video Remakes

Dialoghi di VideoArte

Lucia Veronesi in dialogo con Daniele Capra

martedì 29 novembre 18.30 – 2016

La Fabbrica del Vedere, Venezia

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Martedì 29 novembre alle 18.30 La Fabbrica del Vedere è lieta di ospitare Lucia Veronesi, in dialogo con Daniele Capra, come primo appuntamento stagionale di Video Remakes. L’artista si confronterà con il curatore sui temi e sulle modalità della propria opera, sullo stile e sulle tecniche di animazione e montaggio adottati, nonché sulla poetica sottesa ai propri lavori. Video Remakes è un format di incontro basato sull’analisi della produzione video di giovani autori emersi negli ultimi anni, la cui ricerca è messa in relazione ad antecedenti storici e fonti di ispirazione. In particolare i video di Lucia Veronesi nascono dalla pratica del disegno, della pittura e della scultura, in un continuo gioco di rimandi tra elementi figurativi bi/tridimensionali che prendono forma in collage, maquette di carta e cartone, o nella costruzione di vere e proprie scenografie in cui l’artista muove la camera. Con uno stile misurato e cadenzato, caratterizzato da immagini ritmate con ritagli di giornale o disegni che si muovono sullo schermo con lo stop motion, Lucia Veronesi sviluppa delle micro-narrazioni sospese e stranianti, in cui mondo domestico ed intimità deflagrano in eventi curiosi, surreali o assurdi. Opere come Pandemia domestica, Difesa personale, Paesaggio senza titolo, Fuori una grande notte di stelle, saranno messe a confronto con opere di Ernst Lubitsch, Buster Keaton ed Eddie Cline, Max e Dave Fleischer, Bruno Bozzetto, Zbigniew Rybczyński, Martha Colburn, Michel Gondry. La Fabbrica del Vedere è un nuovo spazio in cui si analizzano le immagini da quando è possibile riprodurle e si approfondiscono i temi dell’immagine in movimento, dal cinema sperimentale al video d’artista. È un luogo di studio e di visioni, in cui si discutono le idee del presente e si possono mettere alla prova sistemi di riproduzione antichi. Situata nel cuore di Venezia, La Fabbrica del Vedere è costituita da un luogo d’incontri, esposizioni e workshop, e – al piano superiore – da videoteca, biblioteca e deposito dei materiali. La Fabbrica del Vedere è l’elemento portante dell’Associazione Culturale Archivio Carlo Montanaro Lucia Veronesi (Mantova, 1976) vive e lavora a Venezia. Tra le personali recenti Fuori, una gran notte di stelle, Muratcentovenditue, Bari; In piena presenza, Yellow, Varese. Tra le collettive Atrii/Sezione Piani, Art Verona; Epicentri, Terme di Como Romana; Carrus Navalis, Dimora Artica, Milano; The End Of Certainty, Muratcentoventidue, Bari; Biennale dei Giovani Artisti, Bologna e Rimini; Premio Terna 05, Tempio di Adriano, Roma. I suoi video sono stati selezionati per diversi festival, sia in Italia che all’estero, tra cui 32.Torino Film Festival; B_L_I_N_K_K_K_K #1, Bruxelles (B); OODAAQ Festival, Rennes (F); Muff 10. Montréal Underground Film Festival (CDN); OtherMovie 4. Lugano Film Festival (CH); VideoYearBook, Bologna; Videoholica, Varna (BG); Lago Film Fest, Revine Lago, Treviso.

CINEMA DI CARTA

Fumetti di Luca Salvagno

inaugurazione sabato 5 novembre alle ore 18.00

dal 5 /11 al 6/12/ 2016 dalle 17.00 alle 19.00, chiuso il martedì

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INTRIGO CON DELITTO
13 Hitch dal 1945 al 1964
MATERIALI ORIGINALI DELL’ARCHIVIO FERRUCCIO NORDIO 
dal 27 agosto al 22 ottobre 

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Le fobie, la paura, l’ironia, le bionde algide, le apparizioni fulminanti, lo stile, Alfred Hitchcock è stato tutto questo e molto di più.

Considerato a lungo un campione d’incasso di storie thriller, solo nel dopoguerra è entrato nel novero dei maestri del cinema. Alla Mostra di Venezia è stato invitato come pioniere di un sistema di ripresa e proiezione all’avanguardia per la qualità, il Vista Vision della Paramount. Era il 1955 quando venne presentato CACCIA AL LADRO (To Catch a Thief). C’erano Cary Grant con una Grace Kelly che non poteva sapere che il destino l’avrebbe poi portata a vivere e morire in quegli scenari Technicolor. Molte altre le donne di Hitch che hanno turbato milioni di cinefili e no, Ingrid Bergman, Kim Novak, Marlen Dietrich, Doris Day, Shirley McLaine, Tippy Anderen. Abbracciate ai vari Montgomery Clift, Henry Fonda, Sean Connery, Cary Grant e, naturalmente, James Stewart ossessionato dal vedere terribili verità attraverso il teleobiettivo della sua macchina fotografica(è arrivato perfino davanti a LA FABBRICA DEL VEDERE…).Dopo LA MAGNIFICA MARYLIN dell’anno passato, scavando nell’enorme giacimento dell’Archivio Ferruccio Nordio, ecco, in occasione della Mostra del Cinema, una esposizione di fotobuste originali della prima uscita, che ci riporta agli anni d’oro del “cinema al cinema”. INTRIGO CON DELITTO propone dal 27 agosto al 22 ottobre le pubblicità di 13 tra i più importanti film di Alfred Hitchcock realizzati tra il 1945 e il 1964, insieme a qualche chicca del maestro inglese. 


PREMIO COSUA 2016

VII Concorso internazionale di videoarte
Mostra collettiva
Fabbrica del Vedere, Venezia
sabato 23 luglio ore 18.00
dal 23.7 al 6.8 2016 dalle 16.00 alle 19.00
chiuso il martedi

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Giunto alla sua settima edizione il Premio Cosua, sezione dedicata alla videoarte del videoconcorso Francesco Pasinetti, ritorna alla Fabbrica del Vedere sede dell’Archivio Carlo Montanaro. Nello spazio espositivo di calle del Forno a Cà d’ Oro di Venezia, verrà presentato il video vincitore “010” di Rocco Claudio Giannotti insieme a “In the Cave (of Technology)”, menzione speciale per la tecnica di Alessandro Amaducci e “Corpo Vitreo” per la cifra stilistica di Rocco Mortelliti
a cura di Elisabetta Di Sopra


Gli studenti dello SHORT FILM FESTIVAL  di Ca’ Foscari,

Dante Fabrizio, Riccardo Calvi, Vittoria D’Avila, Erika Fussenger, Cinzia Gioiosi, Veronica Mastroianni

recensiscono i film presentati alla 5°ed. del Cinema Svizzero a Venezia

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DER GROSSE SOMMER, Regia Stefan Jäger

Il vecchio Anton Sommer (Mathias Gnädinger), un tempo grande lottatore, è affittuario presso una casa appartenente ad un’anziana signora. La donna, assieme al suo rumoroso nipotino nippo-svizzero Hiro Akiba (Loïc Sho Güntensperger), occupa l’appartamento situato al piano superiore della suddetta casa, ma viene improvvisamente a mancare lasciando la dimora in eredità al ragazzino. Questi, rimasto senza alcun parente, “ricatta” il Sig. Sommer minacciandolo di sfratto, al fine di farsi accompagnare ad Amami (Giappone) e poter così realizzare il suo sogno: diventare un lottatore di Sumo.Dotata di una trama lineare e semplice, questa commedia scorre piacevolmente, ad un ritmo fruibile da un pubblico di qualsiasi età. Il motivo motore della vicenda sembra inizialmente essere l’amore che i personaggi nutrono per lo sport ma, anche l’occhio di uno spettatore non troppo attento, diventa ben presto in grado di percepire come, in realtà, sia la forza di una singolare amicizia a guidare l’avventura (così è il caso di definirla) verso il suo epilogo. Legame di amicizia che viene presentato allo spettatore in modo assolutamente delicato, in primis attraverso le piccole gentilezze che un burbero Toni “concede” al piccolo Hiro durante la battute iniziali del film. Una stretta di mano, un sorriso appena accennato sono flebili punti di contatto fra quelle che si ritrovano ad essere due solitudini di età differenti: da una parte quella di Hiro, rimasto orfano, dall’altra quella di Toni, il cui auto-isolamento è dovuto ad un tragico lutto che ha segnato la sua vita.È da queste due personalità che lo spettatore viene scortato durante il viaggio dalla Svizzera al Giappone, passando per stereotipi e shock culturale resi in maniera sempre fresca e mai banale grazie allo squisito stile registico di Stefan Jäger. Basti notare come, una volta giunti a Tokyo, le inquadrature diventino più strette ad affollate ed, allo stesso modo, il montaggio si velocizzi, quasi a voler tenere il ritmo della metropoli. E se in città accelera, man mano che i due protagonisti proseguono verso l’isola di Amami, il ritmo rallenta, regalandoci meravigliosi paesaggi naturali attraverso maestosi campi lunghi o, alternativamente, soffermandosi, mediante poetici close-up, sulle fronde di bambù agitate dal vento o sul tragitto di un paguro. È doveroso sottolineare quanto fondamentale sia nell’insieme il ruolo della colonna sonora (magistralmente eseguita da Angelo Berardi) in cui, il particolare uso degli archi, si rivela strumento potentissimo nel processo di coinvolgimento emotivo dello spettatore.Non si notano cadute di stile durante l’arco dell’intera vicenda, ciò anche grazie all’intervento di simpatici personaggi secondari che non solo arricchiscono il carico umoristico del lungometraggio, ma contribuiscono ad un’evoluzione psicologica ed affettiva dei protagonisti. Prima fra tutti in questo senso è la Signora Masako (Mitsuko Baisho), la quale è in grado di riportare Toni in contatto con la propria sensibilità perduta. Non si tralasci una menzione all’adorabile vecchietto Bunta (Tomio Suga), la cui comparsa sulla scena sembra quasi accennare a “Le canzoni di Narayama” di Shichirō Fukazawa.È infine doveroso elogiare le capacità recitative dei due protagonisti. Loïc Sho Güntensperger, pur non professionista, si mostra capace di una naturalezza straordinaria, in grado di tener perfettamente il passo con la grandezza di un Mathias Gnädinger qui, purtroppo, nella sua ultima interpretazione.

Cinzia Gioioso

Lo spirito dell’avventura aleggia fin dalle prime sequenze del film; infatti il protagonista Anton Sommer ha l’hobby di costruire navi in miniatura. Egli dovrà fare i conti con il piccolo Hiro che è rimasto solo dopo l’improvvisa morte di sua nonna adottiva. La passione di Hiro è il sumo e il suo sogno è quello di iscriversi ad una famosa scuola di sumo di un isola giapponese e diventare un grande lottatore. Quando scopre che in passato Anton è stato un lottatore professionista i loro destini si incrociano e il ragazzino convince Anton ad accompagnarlo in Giappone. Inizia quindi per loro un viaggio ricco di riflessioni sulla giovinezza, sulla vecchiaia e la morte, sull’amore e l’amicizia. Una sorta di rito iniziatico che porterà Hiro a realizzare il suo sogno.

Dante Fabrizio

Una commedia classica che vede due soggetti, praticamente diversi in tutto, dall’età alla nazionalità, unirsi per un’unica passione comune, la lotta. Il burbero Anton Sommer, ex campione di “Hosenlupf”, accompagnerà in un viaggio ricco di sorprese il piccolo Hiro, in un paese diametralmente opposto alla tranquilla Svizzera, ma riuscirà ad essere completamente risucchiato dalla cultura giapponese. Il film basa la sua comicità nei tipici cliché del turista inesperto, la lingua incomprensibile, gli usi e i costumi di un popolo che pian piano si farà apprezzare sempre di più.

Riccardo Calvi

“Der Grosse Sommer” è una commedia di Stefan Jäger, regista che porta davanti al pubblico una storia molto semplice che fa leva prevalentemente sull’umorismo derivato dalle differenze culturali tra occidente e oriente, che non manca di far sorridere sia lo spettatore occidentale che quello orientale.
Quello che si vede all’inizio è la periferia di Berna, ma non si fa in tempo ad abituarsi che ci si ritrova su un volo diretto per Tokyo, e dalla metropoli giapponese ci si immerge nella campagna in un lungo viaggio ricco di imprevisti e sorprese verso l’isola di Amami, nel sud del Giappone. A vivere questa avventura sono l’anziano Anton “Toni” Sommer, qui rappresentato dall’attore recentemente scomparso Mathias Gnädinger, ex campione di “Hosenlupf”, e il piccolo Hiro, un ragazzino di origini giapponesi il cui sogno è diventare un lottatore di sumo. Toni si troverà costretto a portare Hiro in Giappone se vorrà continuare a vivere nella casa che il giovane ha ereditato da sua nonna.L’umorismo della commedia si basa prevalentemente sulle differenze culturali tra svizzeri (e in maniera più generale, europei) e giapponesi. Toni incarna l’europeo nella terra di quelli strani o meglio, come li definisce per tutto il film, dei “pazzi giapponesi”. Le situazioni che si troverà ad affrontare sono le stesse con cui si scontrerebbe un viaggiatore europeo qualsiasi.
Un film piacevole, leggero, con quel tocco di fantastico in più (come il traduttore simultaneo dalla lingua tedesca a quella giapponese, il sogno di ogni viaggiatore disperato) che lo rende ancora più leggero di una normale commedia. Una particolare attenzione va sicuramente data al giovane Loic Sho Güntensperger in una delle sue prime recite cinematografiche. Il ragazzo, di natura introversa, ha saputo dar vita a un ragazzino vivace e sempre attivo, curioso e determinato. La sua capacità di parlare il tedesco e il giapponese lo hanno portato a essere selezionato per questo film, ma ha anche dato prova alla sua età di essere in grado di imparare in breve tempo l’accento di Berna. Un giovane talento da tenere d’occhio e che ha saputo dare un’impronta unica a questo film.

Vittoria D’Avila 

In questa commedia il regista racconta la storia del signor Sommer, ex lottatore di “Hoseinlupf”, lotta svizzera, e il piccolo Hiro di origini giapponesi che vive nell’appartamento sopra l’ex lottatore con la nonna. Il signor Sommer accompagnerà il piccolo Hiro in Giappone, sull’isola di Amami, per aiutare il ragazzo ad entrare nella scuola di sumo che tanto desidera. Questi due personaggi sono molto diversi ma anche molto simili: entrambi sono amanti della lotta e dello sport anche se di due Paesi diversi. Molto divertente la resa delle diversità culturali tra Svizzera e Giappone, intervallate da scene divertenti e commuoventi. Il regista ha voluto far interpretare al figlio di Mathias Gnädinger (che interpreta il signor Sommer) i panni dello stesso Sommer da giovane durante gli incontri di lotta. Commedia semplice, piacevole e ben scritta assolutamente da vedere.

Veronica Mastroianni 


Ella_Maillart

ELLA MAILLART – DOUBLE JOURNEY, Regia Mariann Lewinsky, Antonio Bigini

Con questo mediometraggio di 43 minuti, Mariann Lewinsky ed Antonio Bigini, si prefiggono il non semplice scopo di presentare al pubblico una figura spesso (in particolare nel caso di un pubblico italiano) sconosciuta. Il documentario dal titolo “Double Journey” racconta infatti di Ella Maillart o, per meglio dire, è Ella stessa a raccontarsi mediante questo documentario.Avventuriera, esploratrice, scrittrice, fotografa, sportiva. La voce di questa donna dagli innumerevoli talenti, prende vita in un film montato con minuzia e dedizione attraverso l’attento assemblaggio di diari, fotografie e filmati (in 16mm), tutti prodotti dalla stessa Maillart. L’attenzione si concentra in particolare sul viaggio fra Afghanistan ed India compiuto dalla protagonista. I ricordi dei suoi spostamenti, dei suoi incontri, delle sue esperienze, scorrono su pellicola mentre la voce dell’attrice Irène Jacob, forte di una potente carica interpretativa che le permette di restare in bilico fra il detto ed il pensato senza mai scadere in un’emotività forzata, guida lo spettatore all’interno non solo della vita, ma dei pensieri stessi che Ella esprime nelle lettere indirizzate a sua madre. È così che vengono alla luce i conflitti interni ed esterni che questa donna controcorrente si vede costretta ad affrontare durante il suo viaggio, il quale è al contempo sia fisico che spirituale. A tratti, il confronto con l’oriente, le permette di spostare la riflessione anche sull’aspetto politico dell’Europa del tempo.Nel montaggio del film, ruolo fondamentale è quello giocato dai provini a contatto i quali permettono di creare un filo narrativo altrimenti inesistente. Si noti come la presenza di colonna sonora sia stata volutamente ridotta al minimo; al di là della voce narrante, infatti, gli artifici sonori sono pressoché inesistenti. Dietro questa scelta si percepisce quello che è dei registi il tentativo di “nascondersi” evitando di manipolare il materiale a loro disposizione affinché l’autenticità dei racconti e dei ricordi non venga compromessa.

Cinzia Gioioso

Ella Maillart è stata un’intellettuale, scrittrice, fotografa e regista.Il film riunisce i filmati da 16mm che Ella utilizzava per le sue conferenze, conservati nella biblioteca di Losanna e nel Musée de l’Elysée. Questi filmati, fotografie e lettere scritte alla madre, documentano il viaggio in Afghanistan ed in India compiuto nel 1939.Double Jorney è stato inizialmente il titolo dato al libro scritto da Ella Maillart sul viaggio intrapreso assieme all’amica Annamarie, che venne poi cambiato in ‘The cruel way’. Le due presero strade diverse a Kaboul quando le crisi di astinenza di Annamarie diventarono problematiche. Così Ella proseguì sola alla volta di Delhi, Indore, Quetta e Bombay scoprendo le meraviglie di questi posti fantastici.Il ruolo che ella ha rappresentato nel corso del ‘900 è un ruolo di anticonformista e indipendenza, inizia a viaggiare molto presto rendendosi conto che può vivere della fotografia. Il motivo che la spinge a compiere questo viaggio è perché vuole guardarsi dentro e scappare dalle atrocità della guerra, vorrebbe capire in che modo l’Europa fosse capace di tali follie.La voce narrante è quella di Iren Jacob. Il lavoro più difficile da parte dei produttori di questo film è stato creare una coerenza narrativa tra i filmati che spesso si rivelavano frammentari. Gli stessi hanno poi cercato di dare allo spettatore uno spazio interpretativo cercando di essere il più oggettivi possibile.

Dante Fabrizio

Cortometraggio sul viaggio di Ella Maillart in Iran. Ella è un’ importantissima scrittrice ,fotografa e sportiva vissuta tra il 1903 e il 1997, il suo viaggio più celebre è ripercorso con foto e video originali ripresi e scattati da lei nel 1939. Un viaggio a cui lo spettatore sembra far parte grazie alla voce dell’attrice Irène Jacob che narra e legge le lettere scritte da Ella, il suo diario ci viene proposto visivamente, un vero e proprio tuffo nel passato. Un viaggio che ci viene illustrato giorno per giorno con le foto in maniera cronologica grazie all’abile lavoro di restauro di Mariann Lewinsky e Antonio Bigini per comprendere meglio il passato e la drammaticità degli anni tra le due guerre che portarono Ella e l’amica Annemarie ad allontanarsi dalla realtà opprimente per assaporare l’oriente. Un cortometraggio curato nei minimi dettagli, le immagini sono suggestive grazie anche al grande talento di Ella come fotografa.

Larissa Benetello 

Tanta pazienza e un lungo periodo di montaggio sono alla base del documentario realizzato da Mariann Lewinsky e Antonio Bigini che ricostruisce il viaggio tra l’Afghanistan e l’India britannica di Ella Maillart durante il secondo conflitto bellico. Tutte le immagini, i filmati in 16mm presenti e le parole sono di Ella stessa, dei registi è presente solo il lavoro di ricostruzione e l’inserimento di alcuni brani musicali in alcune parti del film. Si sono quindi estraniati dall’opera per creare un prodotto che fosse principalmente di Ella, che raccontasse di lei ma che dia anche l’impressione che sia interamente creato da lei.
Ella Maillart è famosa in Svizzera ma non è molto nota in Italia. Fu una grande fotografa, una scrittrice e anche una grande sportiva. Nacque nel 1903 e morì nel 1997, lasciando alla sua morte tutti i suoi documenti alla Biblioteca di Ginevra. E sono proprio questi documenti che i due registi hanno cercato e riordinato così da poter creare un viaggio coerente agli appunti che Ella stessa aveva scritto nei suoi diari di viaggio. Per 40 minuti si viaggia con lei, si viene catapultati indietro nel tempo attraverso immagini reali.
Il lavoro di montaggio alle spalle denota un grande talento nonché un’enorme pazienza da parte dei due registi che hanno dovuto dare un filo logico narrativo a frammenti di filmati di una donna che era la prima volta che prendeva in mano una cinepresa.Funzionale al film è anche la scelta della voce narrativa, la voce profonda di Irène Jacob, che sa interpretare senza manipolare emotivamente lo spettatore, come funzionale si è rivelata anche la scelta di usare la lingua francese, la lingua di Ella Maillart. Insomma, si ha decisamente l’impressione di essere davanti a un lavoro di Ella Maillart più che al montaggio di spezzoni di filmati e fotografie, un ottimo tributo a una donna molto coraggiosa e molto curiosa della vita e del mondo.

Vittoria D’Avila 

Ella Maillart era una donna con idee e modo di vivere molto avanti rispetto al suo periodo. Donna anticonformista decide di intraprendere un viaggio in medioriente con la sua amica che aveva problemi con la droga per aiutarla a disintossicarsi e non solo, ma anche per fuggire all’incubo nazista in Europa. Questo film documentario mostra dei momenti del viaggio di Ella tramite brevi filmati e fotografie. Questa donna era una bravissima fotografa e per documentare il suo viaggio decide di usare per la prima volta una macchina da presa, infatti i filmati sono brevi e frammentati come una foto. Nell’intera breve durata del documentario tutte le immagini e i filmati sono originali di Ella senza l’aggiunta dei suoni che rendevano le scene troppo contemporanee. La narrazione è tratta dal suo libro e dal suo diario, la narratrice è l’attrice Irène Jacob. Documentario breve ma ben fatto e scorrevole, piacevole per lo spettatore.

Veronica Mastroianni                                


FRAGMENTS DU PARADIS_PHOTO1

FRAGMENTS DU PARADIS, Regia Stéphane Goël

Se la Svizzera è spesso percepita come un paradiso in terra, allora gli svizzeri come lo percepiscono il paradiso?È a partire da questa domanda che si sviluppa il documentario del regista Stéphane Goël. Delle oltre centoquaranta interviste inizialmente registrate, il regista ne seleziona una porzione limitata (circa trenta), nel tentativo di improntare il proprio film alla speranza piuttosto che alla sofferenza. Gli intervistati sono persone di età avanzata, prossime al crepuscolo della loro vita, ma tutte accomunate da un atteggiamento incline alla pace ed all’accettazione della morte.Da ciò si potrà già dedurre che non si tratta di una sorta di straziante testamento filmato, bensì di una caleidoscopica visione sia della vita che della morte, sia dell’aldilà che delle esperienze vissute, sia della religiosità che dell’agnosticismo, presentataci attraverso quello che si potrebbe quasi definire come un campionario umano specchio della diversità universale.Lodevole nelle interviste è la scelta del bianco e nero, preferito affinché lo spettatore non venga distratto dai colori, dallo sfondo o dalle imperfezioni della pelle, ma possa concentrarsi sugli occhi, sull’espressione e sulle parole degli intervistati. Ed a queste interviste (che a tratti assumono l’aspetto di vere e proprie confessioni) girate in interni ed in bianco e nero, si oppongono le magnificenti vedute del paesaggio montuoso che il regista esplora assieme a suo padre, in quella che, agli occhi dello spettatore, nasce come una semplice escursione ma che ben presto assume il carattere di un viaggio spirituale condiviso fra genitore e figlio. L’imponente bellezza di questi paesaggi naturali viene così traslata su di un piano quasi surreale dato il tema del film, tanto da trasmettere allo spettatore stesso la sensazione di trovarsi in una sorta di limbo fra la vita e la morte. Gli spazi immensi, la natura incontaminata e la stessa dimensione spirituale vengono poi a cozzare con la fredda materialità di case di riposo fatte di macchinari super tecnologici e luci al neon.In conclusione, mediante questo documentario, Stéphane Goël non si limita a far riflettere gli spettatori ma, dato il suo ruolo come personaggio del film, diventa egli stesso parte attiva di una riflessione toccante, dotata di una vena di umorismo a tratti nostalgico, a tratti genuinamente naif.

Cinzia Gioioso

Il documentario si erge sulla forza comunicativa degli intervistati alternado interviste di carattere intimo ad un viaggio intrapreso dal regista con il padre. Il ritratto verte sulla morte, ma si tratta di un film sulla vita, dove l’impulsività e i sentimenti si stagliano a volte con la durezza dei ricordi.Punto debole penso sia la ripetitività delle immagini, si tratta di un collage dove il risultato finale lo si abbozza fin dall’inizio.

Riccardo Calvi

Cosa ne pensano gli Svizzeri del paradiso? Ci credono? Come se lo immaginano? E com’è l’inferno? Come sarà il giudizio universale? Che cosa c’è dopo la vita?Queste e altre domande vengono poste agli anziani nelle case di riposo svizzere. A loro modo di vedere non c’è sofferenza nella morte, ma bensì pace; infatti come dice uno di loro: “Dopo i 90 ci si addormenta!”. Alcuni credono nella reincarnazione, altri credono nella resurrezione dei corpi in Gesù Cristo, qualcuno pensa che ci si ritroverà tutti e ci si riconoscerà in base alla lucentezza dell’aura dell’anima come sta scritto nel Corano, mentre qualcun altro pensa che non ci sarà assolutamente nulla e ci addormenteremo come in un sonno profondo.Il regista, della classe 1965, realizza questo film poiché sente che suo padre potrebbe non esserci più di qui a poco e vuole così elogiarlo confrontandosi con lui su questi temi.Inizialmente le interviste erano ben 140, ma di queste alla fine ne sono state utilizzate solo 30 per comporre il film. Le parti delle interviste sono in bianco e nero perché il regista ha voluto focalizzare sugli occhi ed i tratti somatici che caratterizzano le espressioni dei volti e sulle parole.L’analogia con la scalata del monte Norrix nella valle di Morty’s che compiono il regista e suo padre fa da filo conduttore di tutto il film e, oltre a regalarci delle immagini idilliache, si rivela così una metafora sulla vita.

Dante Fabrizio

Cosa c’è dopo la morte? Esiste il paradiso? E se sì, che caratteristiche avrebbe?
Trenta interviste di anziani ormai giunti quasi alla fine del viaggio chiamato vita sono racchiuse nel film documentario di Stéphane Goël. Un lungo progetto della durata di due anni, un anno e mezzo solo per le interviste, e alla fine del film, durante i titoli di coda, ci si trova costretti a provare a dare una risposta a tutte queste domande sulla base di quanto appena visto e sentito.
Il film alterna le interviste con una camminata in montagna con protagonisti il regista e suo padre. La metafora è evidente: il cammino è la vita e la meta, le spettacolari montagne svizzere, è il paradiso. Nonostante il tema serio e profondo su cui il film si basa, i racconti di questi anziani sono pieni di vita. Emergono i ricordi, le esperienze, i nomi di familiari morti, amici che ci si aspetta di ritrovare alla fine di questa lunga vita. Parlare della vita sembra un modo per esorcizzare la morte, o forse è anche dovuto al fatto che nessuno di questi anziani sembra averne realmente paura e abbia accettato il fatto che è inevitabile.
Il regista ha deciso di rappresentare le scene in cui cammina con suo padre per i sentieri di montagna con i colori, mostrando tutta la bellezza della Alpi Svizzere e le tonalità delle montagne in estate: il cielo azzurro, i prati verdi, i fiori gialli e rosa. Le interviste invece sono state riportate in bianco e nero, una scelta molto indovinata, sia come motivo estetico per attenuare le imperfezioni cutanee di cui normalmente gli anziani sono soggetti, sia per non distogliere l’attenzione dello spettatore dagli occhi e dal volto di chi è intervistato, perché soprattutto dalle loro espressioni e dai loro volti traspare quel senso di serenità e di essere in pace con se stessi che è proprio di queste persone.Che la morte possa spaventare è normale, ma è anche vero che non si è gli unici ad affrontarla. Questi anziani lo hanno capito e la loro serenità potrebbe aiutare anche noi.

Vittoria D’Avila 

Stèpahane Goël ha voluto creare un film con svariate interviste dove chiede a degli anziani come si immaginano il paradiso. Le tipologie di risposte sono molto diverse tra di loro, soprattutto per il fatto che alcuni ci credono ed altri no. Le varie descrizioni del paradiso sono intervallate da delle scene con il regista e il padre che passeggiano in montagna e da dei filmini familiari del passato. Le scene dei filmini sono state inserite perché molti intervistati descrivono il paradiso come un luogo dove incontrare di nuovo i loro cari. E’ stato scelto il bianco e nero, per le scene delle interviste, così lo spettatore si focalizza sullo sguardo e sulle espressioni degli anziani. Il bianco e nero inoltre rende gli ambienti, i vestiti e i volti molto omogenei ed eleganti. Il regista non vuole fare emergere la tristezza infatti non ha intervistato malati terminali. Questo film appunto non parla di morte ma di vita nel paradiso che ognuno si immagina. Pellicola molto ben fatta e porta lo spettatore a chiedersi come immagina il proprio paradiso.

Veronica  Mastroianni 


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KÖPEK, Regia Esen Isik

Köpek si presenta da subito come un film dal forte impatto sia sociale che emotivo. Sono tre le storie che la regista Esen Işık ci narra in questo lungometraggio, per un totale di altrettanti protagonisti.Cemo (Oguzhan Sancar) viene da una famiglia molto povera ed è costretto a marinare la scuola per andare a vendere fazzolettini e poter racimolare così qualche soldo. Complice, se non causa principale, della sua povertà è un padre fallito ed irresponsabile che spreca fino all’ultimo centesimo in sigarette ed alcolici. Durante una sua “giornata lavorativa”, Cemo, accompagnato dal suo amico Mehmet (Bekir Sevenkan), si spinge in una parte sconosciuta di Istanbul. Qui, i due, trovano un cucciolo di cane (in turco köpek) e decidono di prendersene cura. Sono quindi costretti ad affrontare le conseguenze del loro gesto.Hayat (Beren Tuna) è una giovane donna, sottomessa ad un marito dispotico e violento. Un giorno, quello che era stato il grande amore della sua vita (un soldato che lei credeva morto in guerra) la contatta chiedendole di incontrarlo. Il giovane, sopravvissuto alla guerra, rivela ad Hayat di essere ancora innamorato di lei. La donna, però, non accetta la sua proposta di fuggire insieme, rimanendo fedele a Mustafa (Baris Atay), suo attuale marito. Questi, pedinando la moglie, viene a sapere dell’incontro fra i due ex amanti.Ebru (Çagla Akalin) è un’affascinante ragazza transessuale, allo stesso tempo desiderata e discriminata dagli uomini che incontra. Costretta a vendere il proprio corpo per pagarsi da vivere, Ebru è sentimentalmente legata ad Hakan (Salih Bademci). La storia fra i due è però terminata tempo prima, quando lui l’aveva abbandonata per paura dei pregiudizi della gente. Nonostante ciò, c’è ancora dell’interesse reciproco fra i due e la ragazza persevera nel tentativo di rivendicare l’attenzione del proprio amato.È la regista stessa ad evidenziare come l’amore sia il filo conduttore di tutte e tre le vicende. Ma non si tratta solamente di un film d’amore, così come non si tratta solamente di un film di denuncia. Si tratta, invece, di una rappresentazione non edulcorata della società turca, le cui ingiustizie vengono rese visibili attraverso le vicende di personaggi che sono sostanzialmente invisibili agli occhi del proprio governo. Cemo, Hayat ed Ebru diventano quindi i portavoce delle minoranze scomode. La bontà e la purezza fuori dal comune proprie di chi sopravvive alla povertà, alla violenza ed alle discriminazioni, stridono insopportabilmente con l’inettitudine e l’abuso di potere delle forze dell’ordine, “paladine” di uno Stato volontariamente sordo alle richieste di aiuto dei propri cittadini. Ogni protagonista è legato ad una figura maschile negativa dalla quale viene ostacolato nel momento in cui prova a rivendicare il proprio diritto all’amore.Benché il film ritragga un crudo spaccato della società turca, non risulta difficile contestualizzare i soggetti in uno scenario molto più vasto. Il carattere della descrizione, toccante ma mai melodrammatico, permette allo spettatore di fare propri i temi trattati, universalizzandoli.La fotografia contribuisce ad innalzare ulteriormente il livello del lungometraggio. Stessa cosa dicasi a proposito della colonna sonora che, nell’ultimo terzo del film, ha il potere di rallentare il ritmo delle vicende, dilatandone i tempi, lasciando così presagire l’incombere di un triste epilogo.

Cinzia Gioioso

Fin dalle prime immagini siamo consapevoli che il dramma sviluppato non sarà tra i più facili da digerire, un classico quando si tratta di libertà d’espressione e cultura medio orientale.Coraggiosa la scelta di un montaggio alternato di tre storie diverse ma legate dalle sfaccettature del sentimento “amore”. il finale può sembrare essere lasciato al caso mentre alcune scelte narrative sono semplicistiche nonché facili per assicurarsi la condiscendenza del pubblico.Per il resto Kopek si rivela una pellicola scritta per dialogare al mondo, per mostrare e dimostrare come credenze e pregiudizi possono essere dannosi.

Riccardo Calvi

Köpek che in turco significa ‘cane’ è un dramma corale. Tre storie di vite invisibili si incrociano, tutte e tre rivendicano un amore che la società gli nega. Il film infatti ci mostra lo spaccato della storia di tre personaggi: Ebru un giovane transessuale, Hayat, una donna matura, ed infine Cemo un bambino che fa il venditore ambulante di fazzoletti. La loro lotta sfocierà nella violenza e saranno loro a pagarne le conseguenze.Questo film è ispirato alla storia di Giuseppina Pasqualino di Marineo detta Pippa Bacca, un’artista che compì una performance in Turchia finita in tragedia. Vestita da sposa si spostava cantando e suonando la sua chitarra lungo le strade, denunciando la violenza sulle donne. La sua azione politica non fu bene accetta e l’artista finì per essere brutalmente violentata e uccisa.

Dante Fabrizio

Esen Isik porta sullo schermo una Istanbul particolare, quella di coloro che sono invisibili alla società: è la Istanbul di Cemo, un bambino che vende fazzoletti per la strada con il suo amico, di Hayat, una donna sposata con un uomo che teme e di Ebru, un transessuale alla ricerca dell’amore. Tutti e tre subiscono ingiustizie da parte della società che li osserva e non fa niente per aiutarli.
Questo film è un grido contro le violenze in Turchia, e questo grido trova la sua concretizzazione all’interno del film nella figura di una donna vestita da sposa che canta accompagnandosi con una chitarra nel centro di Istanbul. È Peppina Bacca, una ragazza che protestava a gran voce contro le violenze che ogni giorno le donne turche subiscono e che decise di girare la Turchia in autostop e vestita da sposa. Fu violentata e uccisa, e per evitare che questo episodio finisca per essere dimenticato la regista ha deciso di tessere in questa ambientazione la storia di tre persone che, anche se in maniera differente, subiscono comunque la violenza di qualcuno mentre la società si volta per non guardare.Le persone qui rappresentate saranno anche invisibili ma non decidono di nascondersi, rivendicano piuttosto con forza il diritto di avere un amore che la società gli vieta, anche se purtroppo ne pagheranno amaramente le conseguenze.
L’interpretazione degli attori è ottima, per quanto siano tutti attori non professionisti tranne poche eccezioni. Forse questa non professionalità e questa loro vicinanza al mondo narrato nella storia (i due bambini provengono da un orfanotrofio e l’attrice che interpreta Ebru è realmente transessuale) ha fatto in modo che il film apparisse molto più realistico di quanto auspicato, dando un’attendibile immagine del mondo turco di questo millennio. Il film non lascia indifferenti, colpisce in egual modo uomini e donne invocando ai diritti che vengono negati. La speranza sicuramente è che questo film ottenga un maggior successo non solo in Svizzera ma anche, e soprattutto, in Turchia, che serva ad aprire gli occhi e che possa essere l’aiuto che quelle persone invisibili hanno bisogno per potersi liberare dai soprusi.

Vittoria D’Avila 

Con questo film la regista vuole porre l’attenzione su alcune tipologie di persone che in Turchia hanno pochi diritti e sono poco rispettate. In questa pellicola troviamo un bambino povero che vende fazzoletti per aiutare la famiglia, una donna che deve stare attenta al marito geloso e un transessuale che si prostituisce per vivere e che ha perso il suo grande amore. Queste tre persone sono invisibili per la società i cui vivono ma tentano lo stesso di rivendicare il loro diritto di amare liberamente. Il fattore comune tra queste tre storie infatti è l’amore. Questo ci mostra come è difficile amare liberamente in Turchia ancora oggi. Le scene sono molto violente ma mettono lo spettatore di fronte alla realtà e fa vedere quanto alcuni diritti sono sottointesi in alcuni Paesi e quanto sono inesistenti in altri. La regista ha voluto anche rendere un piccolo omaggio a Pippa Bacca che viaggiava per la Turchia tramite autostop e che purtroppo è stata uccisa. Film molto apprezzato e d’impatto.

Veronica Mastroianni   


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LA VANITE, Regia Lionel Baier

Il film appare di impronta scolastica fin dall’inizio, dalle prime inquadrature, alla scelta del tema, un tema ovviamente sentito da uno svizzero con uno sguardo sinceramente asettico verso questo “problema”, perché il regista si pone di fronte l’eutanasia come cosa giusta ma dalle regole un po sbilenche, qui la parte di commedia che riesce a infrangersi bene con il dramma. Interessante il rapporto tra protagonista e luogo, ma per il resto la pellicola si basa sul rapporto che i tre personaggi intrattengono, l’assurdità (con i suoi cliché) che il luogo offre e gli orientamenti dei personaggi che si scontrano, per il resto, un film europeo nel senso negativo del termine, un film che deve essere spiegato per gustarne le particolarità.

Riccardo Calvi

Pellicola svizzera di Lionel Baier, che tocca uno dei temi più caldi dei nostri giorni: l’eutanasia. Forti richiami alla letteratura russa e alle sfumature noir di Hitchcock in “Psyco”. Molte metafore di ispirazione cinematografica americana.David Miller, il protagonista, Esperanza e Tréplev. Tre vite e tre culture che si intrecciano in una notte. La vicenda si svolge in inverno a cavallo delle feste natalizie in un motel progettato su modelli americani degli anni ’60 dallo stesso Sig. Miller a Losanna, città natale dello stesso regista.David Miller ha un cancro al cervello. Ha già subito alcuni interventi, ma la situazione resta invariata: forti emicranie e la paura di morire soffrendo. Decide così di falsificare il rapporto medico per ottenere l’aiuto di una clinica privata per avere l’ultima decisione della propria vita.Alla sua ultima telefonata risponde Esperanza, aiutante e segretaria della dottoressa responsabile della clinica. Durante la notte Esperanza rivela di non essere un’addetta ad accompagnare i clienti della clinica. Infatti, lei accetta di aiutarlo per espiare il senso di colpa per non aver assistito il marito nella stessa situazione.Miller non teme la morte. Ma per finire il processo deve avere accanto un testimone. Chiede al figlio di assisterlo, ma costui rifiuta e si allontana dopo una discussione col padre.Entra in gioco la figura di Tréplev, ragazzo russo emigrato in Svizzera in cerca di fortuna, che lavora come gigolò. Diviene infatti il suo testimone e permette al protagonista di poter esalare l’ultimo respiro in compagnia di qualcuno. Inoltre, grazie alla determinazione di Tréplev riesce a scambiare qualche parola col nipotino.Negli ultimi istanti Miller rivive a occhi aperti come in un’allucinazione la costruzione delle infrastrutture cittadine degli anni ’60.Il regista presenta in modo neutrale la vicenda, lasciando al pubblico l’ultima parola.

Erika Fussenger


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ABOVE AND BELOW, Regia Nicolas Steiner

Cogliere il fulcro tematico di questo cinema richiede un approccio multiplo; infatti a mio parere il film si focalizza sullo spazio: lo spazio che abitiamo, lo spazio del cielo e delle stelle, lo spazio delle nostre emozioni e quello dei ricordi.Ogni personaggio ci racconta la sua storia e ci rende partecipi dell’alienazione che li ha portati all’allontanamento.Il film è molto giocato sulla musica, l’animo dell’improvvisazione ed immagini che richiamano varie sonorità. Una sequenza particolarmente lirica a mia avviso è quella della palline da ping-pong che galleggiano mentre vengono lentamente trasportate dall’acqua.

Dante Fabrizio

Le realtà documentate dal regista vivono “al di sotto” ma rimane sempre l’intento di uscire “al di sopra”. Un regista giovane che attraverso questo documentario amalgama le sue conoscenze tecniche, la sua ricerca e il bisogno di raccontare stili di vita distanti. Le storie si compenetrano regalandoci un affresco dettagliato, esteticamente ben realizzato. Fotografia chiara, ampia, e una colonna sonora che si dipana discretamente ad ogni contesto.Dai canali acquiferi di Las Vegas dove gli estraniati si scontrano con la ricchezza della città dei divertimenti, fino all’infinito deserto dove troviamo chi cerca di ritrovare se stesso e chi si prepara a lasciare il pianeta. Il profilo psicologico di ogni personaggio è ben descritto dal luogo in cui vive, una riflessione che ci fa capire come ogni persona la propria casa.

Riccardo Calvi

Sopra e sotto. Il giovane Nicolas Steiner regala questo film documentario portando davanti allo spettatore la vita di persona che vivono isolate, chi in un deserto e chi nei canali della città.
Il film è girato negli Stati Uniti e già dalle prime scene vengono mostrati i luoghi in cui poi si svolgerà il film: i canali sotto la città di Las Vegas, un paesaggio californiano desertico e una rossa valle rocciosa. Questi luoghi riempiono il film tanto che l’attenzione del regista si sofferma ripetutamente sui particolari di questi paesaggi. Fanno poi la comparsa i personaggi di questo documentario: April, Dave, Cindy, Rick e un uomo che si fa chiamare Il Padrino. Raccontano le loro storie, di come si vive in quei luoghi dove sono circondati da poche persone, o da nessuno. Poi emergono i racconti del loro passato, la loro vita prima di isolarsi dal mondo. A pochi minuti dal finale il regista decide di “fondere” in un’unica sequenza i paesaggi che hanno fatto da ambientazione a queste storie, come per dire che la solitudine di queste persone è simile nonostante vivano in modo diverso e in posti diversi. Le loro solitudini sono simili: sono tutti distaccati dal resto del mondo che quasi non lo percepiscono.
Il documentario attira subito l’attenzione dello spettatore con la bellezza dei paesaggi che mostra. Non solo il deserto e la valle rossa, persino le fogne e l’acqua che scorre sotto Las Vegas vengono rappresentate come qualcosa di bello e naturale, facente parte di un mondo fuori dall’ordinario, ignoto e forse anche per questo accattivante. I racconti dei protagonisti tengono viva l’attenzione di chi vuole sapere di più su cosa significhi vivere in quelle condizioni ma soprattutto vuole sapere perché una persona sceglie di vivere in quel modo. Non una scena che sembri fuori luogo, tutto è utile alla fluidità della visione e persino i silenzi sapevano, con l’aiuto dei paesaggi, raccontare qualcosa di queste persone. Le musiche si fondevano perfettamente con il tutto, lasciando il silenzio dove doveva essere lasciato e riempiendo il vuoto che invece sarebbe stato troppo da sostenere.Nel complesso un documentario molto originale ritraente un America che non si conosce e di cui non si sospetta nemmeno l’esistenza proprio perché sta sotto o sopra di noi.

Vittoria D’Avila

Con questo film diploma, il regista, Nicolas Steiner, vuole raccontare le storie di persone che vivono in luoghi lontano dalla vita sociale. In questo film documentario si possono trovare quattro storie che spiegano come queste persone vivano ai margini. Lo spettatore resta colpito e si incuriosisce su come queste persone riescono a sopravvivere vivendo alla giornata. Steiner ha vissuto in America ed ha frequentato la San Francisco Art Istitute. In quel periodo si dedica alla fotografia analogica cercando luoghi nascosti per i suoi scatti. Durante la ricerca di questi luoghi incontra Cindy e Rick nel tunnel e Dave nel deserto (tutti e tre protagonisti in questo film). Dopo questi incontri decide di creare questo film per la laurea.Il film è stato presentato in moltissimi festival del cinema in tutto il mondo e attualmente ha due nomination in un Festival cinematografico in Svizzera.

Veronica Mastroianni 


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IRAQI ODYSSEY, Regia Samir

Il film ripercorre, attraverso l’ausilio di filmati e foto d’epoca, la storia della famiglia di Samir. La stessa ha subito una diaspora dal tempo in cui in Iraq è stato soppresso il partito comunista e Saddam Hussein iniziò la sua ascesa al potere. Il regista indaga il vissuto dei suoi parenti che si trovano in esilio in giro per il mondo e che rimembrano assieme a lui i momenti trascorsi tra la paura, l’incertezza verso il futuro e l’istinto di sopravvivenza che li costrinse a scappare via dal loro paese per cercare rifugio altrove, spesso tra sconforto e asprezza, lontano dagli affetti ed in una società estranea. Come Ulisse che fa ritorno solamente dopo mille peripezie, Samir ci fa riflettere sul fatto che la liberazione dalla dittatura di Saddam da parte degli americani non ha avuto conseguenze solamente positive, ma che in effetti lo stato iracheno dopo la guerra è stato lasciato a vacillare in balia di un equilibrio assente che è sfociato anche in episodi di anarchia che non sono stati adeguatamente controllati dagli occupanti.La speranza è che una nuova era di pace e libertà si prospetti per l’Iraq anche se le numerose famiglie disperse per il mondo non riusciranno a riunirsi come una volta.

Dante Fabrizio


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SPARTIATES, Regia Nicolas Wadimoff

Il film ci apre una finestra sulle vicissitudini della vita di Yvan Sorel che assieme ad il suo team intende aprire una palestra di arti marziali.Costretti ad allenarsi in un dojo ristretto con a malapena lo spazio per il tatami a disposizione, gli atleti fanno richiesta alle autorità per una palestra attrezzata completa di ring dove andare ad allenarsi, ma la loro necessità sembra non venire ascoltata sebbene tutto il team si dedichi con costanza alla disciplina e vinca premi alle gare.Il metodo di insegnamento di Sorel è stato oggetto di una dibattuta discussione riguardo la sua legittimità, in particolar modo ne è stata criticata la durezza. Ma l’obiettivo di Sorel è quello di formare dei guerrieri di vocazione spartana, con principi di uguaglianza solidi e di cittadinanza civile, che si concentrano sul superamento delle prove che si concretizzano negli avversari che sfidano nelle loro lotte.Un punto particolarmente importante di tale diatriba è il contesto nel quale si trova questa scuola: un distretto periferico di Marsiglia dove, essendo lo Stato e le forze dell’ordine assenti, vige praticamente la legge del più forte.

Dante Fabrizio

Nel pericoloso quartiere nord di Marsiglia un giovane maestro d’arti marziali miste, Yvan Sorel, cambia ogni giorno palestra per poter insegnare questa disciplina ai giovani marsigliesi. È questa la trama del film documentario di Nicolas Wadimoff, “Spartiates”, che racconta di queste sfide quotidiane in un quartiere dove la violenza non la si vive su un ring o sul tatami di una palestra, ma per le strade. Yvan Sorel vive infatti in un quartiere di spacciatori e bande locali dove ogni giorno la gente muore o rimane ferita per sparatorie. Ma la violenza si trova solo lì, non entra nella palestra di Sorel perché lui insegna ai suoi allievi il rispetto reciproco e l’uguaglianza. Coraggio, lealtà, orgoglio, onore. Sono queste le parole che ricorrono con frequenza nel film e che Yvan recita come un mantra. E sono queste le parole che definiscono un guerriero spartano.
Con questo documentario ci si trova davanti a un metodo educativo che divide il pubblico in due correnti di pensiero: chi lo sostiene e chi no. Yvan mostra in modo particolare l’amore che prova per i suoi giovani allievi: non fa preferenze di nessun tipo. Li considera uguali, tutti sullo stesso livello, e li tratta come giovani uomini e non come bambini. Nella sua palestra sono allievi, non sono bianchi, neri, ebrei, arabi. E non si fa problemi a prenderli da parte singolarmente e a fargli la ramanzina, anche con parole dure, quando hanno sbagliato non solo sul materassino durante un combattimento ma anche là fuori, a scuola o a casa. Li prepara ad affrontare la vita in modo leale e gli insegna valori che non devono mai essere dimenticati.La speranza è che questo film dia al giovane la possibilità di ottenere una palestra adeguata alle esigenze dei suoi allievi dato che non ha una sua palestra e si trova costretto a cambiarla durante ogni incontro sportivo. E soprattutto che non perda mai la speranza e la fiducia nel suo insegnamento.

Vittoria D’Avila 

Film documentario che è stato girato nel quartiere nord di Marsiglia dove lo stato non è presente, la polizia interviene solo in casi estremi e dove ogni zona ha le sue regole. Il documentario racconta come Yvan Sorel, campione di arti marziali miste, gestisce un gruppo di ragazzi residenti in questo quartiere tramite lo sport. Yvan insegna ai ragazzi la retta via tramite l’insegnamento degli spartani cioè buona condotta, dignità e lealtà. Il campione insegna a questi ragazzi anche facendo prediche se non vanno bene a scuola o se non hanno una buona condotta, perché gli spartani erano di buon esempio verso gli altri quindi non vuole insegnare ai delinquenti. I suoi modi sono molto rigidi e inusuali ma molto efficaci per la loro condotta. E’ nato un dibattito su questi metodi ma essi funzionano proprio perché vivono in un posto senza regole ne stato. Documentario che colpisce lo spettatore e lo mette di fronte a delle realtà che spesso non si conoscono.

Veronica Mastroianni 


Le mendiant rom Dimitri bénit son repas.

L’ABRI, Regia Fernand Melgar

La Climage è una casa di produzione atipica, composta da un collettivo di produttori-autori devoti al documentario che ricerca volutamente uno stile ‘fatto in casa’. Quest’opera fa parte di una trilogia assieme a Forteress ed a Vol spécial. In questo terzo capitolo Melgar ci pone innanzi ad una emergenza umanitaria; ci abbiamo a che fare quotidianamente, ma preferiamo non vedere rendendola così invisibile: protagonista è la vita di strada dei senza-dimora.Un altro inverno sta arrivando e ‘l’abrì’ ‘il rifugio’, apre le sue porte ai senzatetto offrendogli riparo per la notte, una cena calda e la colazione. Ma non c’è posto per tutti ed il problema si deve risolvere ogni sera in qualche maniera spesso costringendo gli ospitanti ad una scelta selettiva tra i rifugiati.Conosciamo così l’emigrato in cerca di fortuna, la coppia di innamorati poveri, l’africano speranzoso in cerca di lavoro, la famigliola di rom che trascorre le giornate facendo accattonaggio; ciascuno di loro scoprirà che la vita può essere molto dura e illusoria e che la sopravvivenza purtroppo non è sempre garantita.

Dante Fabrizio

A Losanna ogni sera, in un rifugio per senza tetto, il personale deve fare scelte anche disumane per decidere chi accogliere e chi no. Queste scelte sono obbligatorie perché non ci sono molti posti per accogliere tutte le persone che ne hanno bisogno. Questo film documentario mostra anche la vita di alcuni senza tetto al di fuori del rifugio, come si guadagnano da vivere, come vivono la giornata e come alcuni cercano lavoro per tornare nel proprio paese dalle famiglie. Questo mostra allo spettatore l’emergenza umanitaria che c’è in Europa ancora oggi, ed invita a riflettere su una possibile soluzione per diminuire questa emergenza.

Veronica  Mastroianni 


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HÖHENFEUER, Regia Fredi M. Murer

Höhenfeuer ossia ‘fuoco alpino’ è il terzo capitolo di una trilogia dedicata alla montagna.Il regista Fredi Murer è autodidatta ed i suoi maestri sono stati Buñuel, Bergman e Fellini. Si è molto ispirato anche al cinema giapponese; infatti ‘la famiglia arrabbiata’ protagonista del film è tratto da un romanzo di un autore giapponese; inoltre per tutto l’arco del film si respira un’atmosfera di meditazione zen in cui la lentezza la fa da padrone.Il film racconta la storia di un incesto tra due fratelli, Belli e Franz che vivono isolati nella loro fattoria in montagna con mamma e papà.L’handicap delle percezioni viene visto dal regista come un incubo in cui vengono a mancare le esperienze sensuali dell’udito e della vista. Queste mancanze vengono compensate da parte del protagonista Franz con l’ausilio di oggetti che creano nuove immagini, come il cannocchiale, i binocoli, gli specchi. Il regista, oltre ad aver girato un documentario sui non-vedenti, è famoso anche per aver girato un film sperimentale in cui si legò una telecamera alla spalla e bendato fece poi le riprese, costretto quindi a fare affidamento alle percezioni sonore. Murer si è inoltre dichiarato contro il cinema ‘logorroico’ e nei suoi film si possono scindere l’anima della politica attiva e quella del narratore. La sua fonte principale è la sua infanzia; infatti il film è stato girato nel cantone dell’Uri dove il regista è stato cresciuto.Il regista so trovava da solo a perlustrare le zone dell’Islanda per cercare luoghi dove girare i suoi film quando lesse un articolo su di un giornale islandese che raccontava di un padre che voleva uccidere i figli a causa di una relazione di incesto. Gli attori hanno fatto un tirocinio di 10 giorni presso i fattori in montagna prima della realizzazione del film. La casa è vecchia di 300 anni.

Dante Fabrizio


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Cartoni animati: 6 film di animazione della Nadasdy Film

MESSAGE DANS L’AIR di Isabelle Favez, CHAMAN BAZAR di Zoltan Horvat, AUBADE di Mauro Carraro, BALLON BIRDS di Marjolaine Perreten, LUCENS di Marcel Barelli, D’OMBRES ET D’AILES di E. Marinoni, A. Meng

La magia di Chaman Bazar è stata realizzata con un software 3d ma vuole rievocare un effetto a due dimensioni che richiami le ombre cinesi e le tecniche di papier découpé.Aubade, sempre in 3d, è ispirato ad un concerto di musica classica tenutosi alle Albe Musicali di Ginevra.Ballon Birds dura solamente un minuto, ma è un concentrato di simpatia e di allegria. I cinguettii e le risatine dei due uccellini protagonisti sicuramente vi riporteranno il buon umore.La storia narrata in Lucens risale alla fine degli anni 60. La Svizzera si era allora impegnata nella costruzione di una centrale nucleare nel paese omonimo, ma come si vedrà il progetto non va a buon fine. La tecnica utilizzata è il tradizionale disegno su carta.Message Dans L’air è una storia d’amore che vede coinvolti una giovane ragazza ed un forzuto pugile che riusciranno a dichiararsi grazie alle peripezie dei loro animaletti da compagnia: un gatto predatore, un pesciolino indifeso e degli uccellini selvatici.Mathieu Amalric narra la storia di D’ombres et d’ailes che è stato realizzato tramite pittura su schermi digitali. Il tema centrale di questa animazione è la libertà.

Dante Fabrizio

La Nadasdy Film, che produce esclusivamente opere d’animazione, presenta sei delle sue opere alla quinta edizione del Cinema Svizzero a Venezia. I sei titoli proposti sono “Chaman Bazar”, “Aubade”, “Ballon Birds”, “Lucens”, “Message Dans L’Air” e “D’Ombres Et D’Ailes”.
La prima opera che apre è “Chaman Bazar”, di Zoltan Horvat, una divertente storia di uno sciamano capace di invocare oggetti, animali e persone semplicemente disegnandole per terra e suonando un tamburo, e del suo giovane apprendista. La storia è riconducibile al classico “L’Apprendista Stregone”: lo sciamano lascia la sua tenda e l’apprendista si diverte a invocare ogni genere di creatura creando guai. Il mondo dello sciamanesimo si lega molto bene alla tecnica utilizzata, che richiama le ombre cinesi e la bidimensionalità.
“Aubade”, realizzato da Mauro Carraro, è basato su un episodio che accade tutti i giorni sul Lago di Ginevra dove un concerto accompagna il sorgere del sole. È notevole come la musica accompagni lo sviluppo della storia e di come le figure del musicista e dei nuotatori si fondano perfettamente con la colonna sonora.
“Ballon Birds”, di Marjolaine Perreten, è una brevissima animazione di un minuto che mostra due piccoli uccellini gialli e rotondi che ricordano dei palloncini parlare tra di loro finché non si aggiunge un terzo uccellino-palloncino che appena atterra sul ramo scoppia. Semplice e breve, è stato interamente prodotto dalla giovane artista che dimostra di saper gestire autonomamente ogni aspetto della produzione.
“Lucens”, di Marcel Barelli, racconta del progetto di una centrale nucleare in Svizzera, vicino al paese di Lucens, in cui l’idea principale è di fare uso solamente della tecnologia svizzera. L’animazione ha una vena comica e la mancanza di serietà da parte degli ingegneri fa già intuire allo spettatore che il risultato sarà fallimentare. Realizzata con disegno su carta, l’animazione viene preceduta da un’intervista dal vero in bianco e nero e viene poi conclusa con una fusione del disegno animato con il paesaggio reale di Lucens a colori.
“Message Dans L’Air”, di Isabelle Favez, è una piacevole commedia su una ragazza che, grazie ai dispetti del suo gatto nei confronti di un pesciolino indifeso, incontra il suo vicino di casa, un pugile, di cui è innamorata.
L’ultimo corto d’animazione presentato è “D’Ombres Et D’Ailes”, di E. Marinoni e A. Meng. Una storia cupa e triste che prende le distanze dai tratti comici delle serie precedenti. La storia di questi uomini-uccello si svolge in una caverna in cui prevalgono i colori freddi e cupi. Dopo la fuga dei due uccelli protagonisti lo sfondo dell’ambientazione diventa bianco e si sprigionano i colori caldi e luminosi. Le scelte cromatiche sono state molto indovinate, così come la voce profonda di Mathieu Amalric che accompagna la storia.
Con questi sei corti selezionati, la Nadasdy Film ha sicuramente dato prova di avere molti talenti e di saper creare opere utilizzando varie tecniche d’animazione.

Vittoria D’Avila 

Questi piccoli film d’animazione sono stati prodotti dalla Nadasdy film. In “Chaman bazar” troviamo un ragazzo che approfitta dell’assenza dello shamano per imitare i suoi rituali creando un gran pasticcio. Qui è stato usato un programma 3D ma creando immagini in 2D ed è privo di dialoghi. Ne “Aubade” il regista si è ispirato ad un concerto che si tiene a Ginevra ogni mattina all’alba per accompagnare il sole. Usato anche qui un programma 3D e anche qui non ci sono dialoghi ma solo la musica che accompagna le varie immagini. In “Ballon birds” troviamo due “uccelli palloncino” che conversano su un ramo. La regista l’ha creato tutto in casa da sola ed è privo di dialoghi. In “Lucens” troviamo una centrale nucleare interamente svizzera in ogni suo componente che però finirà per fallire. Questa animazione ha dei dialoghi e la voce narrante è di Marcel Barelli. In “Message dans l’air” troviamo la storia di una ragazza innamorata del suo vicino di casa che è un pugile. Ha vinto molti premi ed è stato usato il 2D digitale. Nell’ ultima animazione intitolata “D’ombre et d’ailes” troviamo una storia di libertà rappresentata con degli uccelli. Ha vinto il festival a Locarno ed è stato interamente disegnato a computer. La voce narrante è di Mathieu Amalric. Tutte queste animazioni sono brevi, divertenti e capaci di trasmettere il loro messaggio.

Veronica Mastroianni

per il Carnevale di Venezia 2016      LOGO_CMYK

CREATUM  OVVERO DELLE ARTI E DELLE TRADIZIONI

sabato 23 gennaio, ore 17.30 

a LA FABBRICA DEL VEDERE  

EPPUR SI VEDE. RICORDANDO GALILEO GALILEI

a seguire giovedì 4 febbraio, ore 16.30  

Visita guidata alla mostra Eppur si vede

con Pasquale Ventrice

Non ha inventato lui il cannocchiale, ma se n’è servito sin da subito in modo egregio, scrutando e descrivendo le asperità della superficie lunare.Ai tempi di Galileo Galilei arte, scienza e artigianato si mescolavano ancora con esoterismo, eresia e immaginazione. E quindi in questo Carnevale 2016 che si rifà alle arti e alla tradizioni veneziane, in un posto come LA FABBRICA DEL VEDERE non si poteva che riferirsi a lui, alle sue scoperte, in parte, si sa, anche negate. Rammaricandosi solo che, tra un cannocchiale Leonardo Semitecolo (1750 ca), alcune anamorfosi sei-settecentesche, un caleidoscopio, un grande cromografo per lanterna magica, dei vetri lavorati da Romano Zen, l’ultimo ottico “fabbricatore” veneziano e, ancora, una carta da involto dell’occhialer veneziano Biagio Burlini (1750 ca.), alcune tavole dell’enciclopedie Diderot Diderot e D’Alembert, un graffio d’ironia sugli abitanti della luna di William Hogart, qualche testo scientifico del XVIII secolo, una pianta “a volo d’uccello” colorata a mano di Probst (1740) non si possa annoverare assolutamente nulla appartenuto al grande pisano. Ma a Carnevale tutto può succedere. Soprattutto quando, collegandosi all’Associazione Musica Venezia, questa riflessione (dell’ottica, ricordando Galileo Galilei) diventa anche musica con un concerto che giovedì grasso proporrà all’Ateneo Veneto, le musiche del padre, del fratello e dei contemporanei del primo “narratore” della Luna.


Visori stereoscopici 

mostra del calendario 2016

con le fotografie di Francesco Barasciutti

dal 13 dicembre 2015 al 16 gennaio 2016

dalle 17.00 alle 19.00 – chiuso il martedi – ingresso libero

 

visori

Francesco Barasciutti si è fatto affascinare per la seconda volta dai materiali dell’Archivio Carlo Montanaro. Ed è nato così il Calendario 2016 de LA FABBRICA DEL VEDERE. Con i Visori Stereoscopici.

Perché quello che periodicamente viene pubblicizzato nei cinematografi come una novità, ovvero il cinema a rilievo detto anche 3D, è in realtà un’intuizione brevettata addirittura in epoca pre-fotografica, nel 1838. Con, inizialmente, dei disegni che simulavano il posizionamento di oggetti e architetture nello spazio. Una suggestione diventata divertimento e spettacolo con la successiva invenzione e diffusione della fotografia. Quasi infinite le variabili degli apparecchi di uso casalingo o comunitario (dai Luna Park alle… case di tolleranza…), destinati alla visione stereoscopica. Manufatti lignei artigianali arricchiti da coperture di radica o da sontuose decorazioni pittoriche. Che seguono poi l’adozione di nuovi materiali come l’alluminio, la bachelite, la plastica. Nella scansione dei dodici mesi le fotografie di Francesco Barasciutti documentano questa evoluzione, accostando ad ogni visore lo stereogramma che definisce, nel divenire della fotografia, il progresso raggiunto. Dal primitivo disegno, alle foto all’albumina ora semplicemente incollate sul cartone, ora dipinte a mano, ora traforate e pitturate posteriormente per creare l’effetto giorno-notte. Per arrivare alle trasparenze del vetro anche nella prima forma di colore naturale con le straordinarie Autochrome Lumière. E alla finale miniaturizzazione, con i dischetti rotanti da inserire nei Wiew-Master che hanno accompagnato la crescita di almeno tre generazioni in epoca pre-digitale. Sabato 12 dicembre dalle ore 17,30, e poi tutti i giorni dalle 17 alle 19 (chiusura il martedì e le feste comandate…), sarà possibile osservare le immagini originali, confrontarle con gli oggetti reali e, volendo, portarsi il tutto a casa con il Calendario 2016. Fino a metà gennaio, alle soglie del Carnevale quando, celebrando i mestieri, a LA FABBRICA DEL VEDERE, si parlerà, ovviamente, di ottica.


 

Alla Fabbrica del Vedere riprendono i corsi di grafica e animazione

a cura di Igor Imhoff

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Open Day  workshop:

Fabbrica del Vedere / Mercoledi 9 dicembre 2015

OPEN by Testolini /Giovedi 10 dicembre 2015

INGRESSO LIBERO

Sarà possibile attivare workshop su specifiche richieste relativamente gli aspetti basilari dei software e i loro specifici usi: Adobe After Effects, Adobe Photoshop, Adobe Lightroom, Adobe Premiere, Adobe Illustrator, Adobe InDesign, Modellazione 3d (Per illustrazione, animazione e stampa 3d), Zbrush, Sculptris, animazione 2d digitale, stopmotion, animazione 3d, motion tracking, effetti, post produzione, modellazione 3d Lowpoly (videogame e animazione real time),modellazione 3d, pittura digitale, fotoritocco.


 

Bruno Munari. Illusioni luminose

a cura di Miroslava Hajek

Venezia, Fabbrica del Vedere
Inaugurazione 31 ottobre 2015 ore 18

Processi sonori originali Michele Del Prete
Rielaborazioni digitali Igor Imhoff

dall’1 novembre al 5 dicembre 2015
dalle 17 alle 19 | chiuso il martedi

Le Proiezioni a luce polarizzata, lavori che anticipano le successive installazioni luminose, sono opere polimateriche realizzate da Bruno Munari in forma di comuni vetrini da diapositiva che proiettati assumono dimensioni monumentali. La presentazione di queste opere a Palazzo Zenobio a cura di Miroslava Hajek avviene in Italia per la prima volta in questa forma così estesa e ricercata: si tratta di una collaborazione, resa possibile dal supporto dell’Associazione Musica Venezia e dal suo direttore artistico dott.ssa Roberta Reeder, tra Bruno Munari Historical Works, Miroslava Hajek Archive e La Fabbrica del Vedere. A questa presentazione hanno lavorato, assieme alla curatrice, Carlo Montanaro, Michele Del Prete, Elisabetta Di Sopra e Igor ImhoffLa raccolta Bruno Munari Historical Works / Miroslava Hajek Archive, strutturata in modo cronologico è composta dai pezzi storici più importanti, evidenzia la profonda coerenza e il legame di continuità tra le varie opere e le diverse linee della ricerca estetica di Bruno Munari. La collezione parte da un’opera del 1927 e testimonia il lavoro di Munari fino alla sua morte, comprendendo circa 300 opere (tra queste Macchina inutile con guscio di zucca del 1934 e Tavola tattile del 1938). La raccolta include quasi tutti gli oggetti dell’artista, quali per esempio “Aritmie” (originali del 1950), “Sensitive” (1940), vetrini da proiezione (circa 100, tra quelli a luce polarizzata e quelli semplici), decine di progetti, disegni e polariscop. La coerenza della documentazione storica della raccolta è evincibile dal desiderio di Munari, espresso alla storica dell’arte Miroslava Hajek, a cui si deve la raccolta stessa in questa forma, che questa non sarebbe mai dovuta essere smembrata, venduta o alienata in nessun modo.L’idea di proiettare l’opera d’arte è la logica conseguenza del lavoro precedente di Munari, iniziato con l’esplorazione dell’ombra, nel ciclo di quelle che lui stesso chiamava Macchine inutili, e ripreso in Concavo-convesso nel 1947. Munari è stato sempre affascinato dal movimento di luci e ombre: nel 1950 cerca di dinamizzare immagini utilizzando vetrini multifocali che mutano la percezione per mezzo della variazione della profondità. Sperimenta anche l’introduzione del movimento proiettando i vetrini in sequenza come se fossero dei fotogrammi di un film. Munari utilizza il movimento vero e proprio ma illusorio solamente nel 1953 quando inserisce i vetrini tra due filtri Polaroid. Ruotando il filtro posto davanti al proiettore, la luce polarizzata attraversa i materiali contenuti nel telaio e si scompone nei colori dello spettro, provocando continue variazioni dell’opera. La rotazione del filtro crea un movimento illusorio e Munari, conscio di essere stato il primo nella storia dell’arte a intraprendere questa ricerca, cerca di perfezionarlo al meglio. Il problema di neutralizzare l’effetto caleidoscopio nelle proiezioni è risolto dall’artista facendo entrare gli spettatori all’interno degli ambienti, provocando così continue interferenze e imprevedibili mutazioni dell’opera.Ricordiamo inoltre un altro importante lavoro che Munari realizza per il Teatro Comunale di Firenze, che nel 1980 lo incarica di progettare la luce per il Prometeo di Scriabin. Munari chiama a partecipare alla progettazione Davide Mosconi, musicista, e Piero Castiglioni, esperto di illuminotecnica. Il contributo di Munari al tema e l’originalità dell’allestimento sono segnate dal fatto che non usa filtri colorati o altri accorgimenti, gli effetti di colore sono stabiliti e dipendono solo dalle differenti fonti luminose impiegate.


LA MAGNIFICA MARILYN

ALLA FABBRICA DEL VEDERE

Inaugurazione sabato 29 alle ore 18.00

dal 30 agosto al 26 settembre

dalle 10.30 alle 12.30

chiuso il martedì

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Il “pitupitum” risuonò nella sala grande del Palazzo del Cinema nel settembre del 1959. Zucchero Kandinsky, cantante e suonatrice di ukulele partecipò così alla XXª Edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, nella sezione informativa. Quel fuori concorso che ancor oggi arricchisce il Festival di registi ed attori di successo che non concorrono ai premi. Marilyn Monroe a Venezia con A QUALCUNO PIACE CALDO di Billy Wilder, uno dei capolavori assoluti della commedia cinematografica. Una Marilyn nel pieno del suo splendore che LA FABBRICA DEL VEDERE vuole celebrare, attraverso le fotobuste quei manifesti patinati che informano il potenziale spettatore invitandolo ad entrare in sala. Materiali originali degli anni ’50 dell’Archivio Ferruccio Nordio, un collezionista veneziano particolarmente attento al cinema Made in USA che, come si sa, vantava “più stelle che in cielo”. Niagara (1952), Come sposare un milionario (1953), La magnifica preda e Follie dell’anno, 1954), Quando la moglie e in vacanza (1955), Fermata d’autobus (1956), A qualcuno piace caldo (1959), Gli spostati (1961), raccontano di una Norma Jeane Mortenson il cui privato dolorosamente disequilibrato, è andato sempre più rafforzando Marilyn Monroe l’attrice: LA MAGNIFICA MARILYN.

   un calice con
logo BALLANCIN 2

Videoremakes-Topologies

Venerdi 7 agosto alle 19.00

dalle 18.00 alle 21.30 – chiuso il martedi

Caos Art Gallery Venezia

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artisti: Filippo Berta, Manuel Fanni Canelles, Re-Cycling Project a cura di Paola Bristot, Michele Del Prete e Davide Gagliardi

La mappatura di un linguaggio espressivo, quello della videoarte, ricco di possibilità e di sorprese. Non è un neologismo VIDEOREMAKES, ma sta cominciando a diventare la garanzia per un momento di riflessione. Sulla qualità sempre più alta della gestione informatica delle immagini che apre a continui nuovi scenari. Ma anche sulla continuità che le lega ad un passato pionieristico ricco di inventiva e voglia di trasgredire. E’ quindi corretto uscir di sede, per rimeditare. Ritrovarsi non tanto in una FABBRICA (quella del VEDERE ovviamente) quanto in un luogo definitivo nella filiera della partecipazione, una galleria, che, per fortuna, nel suo nome conserva la garanzia della volontà di sperimentazione: Caos Art Gallery. Così il primo anno di eventi Videoremakes alla Fabbrica del Vedere, curati da Daniele Capra, con la consulenza storica di Carlo Montanaro, diventa Videoremakes-Topologies, con le opere di Filippo Berta, Manuel Fanni Canelles, l’antologia Re-Cycling Project curata da Paola Bristot con le immagini disegnate o graffite direttamente sulla pellicola cinematografica. Sullo sfondo, Maya Deren, Emile Cohl, Lech Majewsky, Lucien Nonguent e Fedinand Zecca, Norman McLaren, Len Lye. All’inaugurazione venerdì 7 agosto alle 19.00 un concerto di musica acusmatica in quadrifonia con opere di Michele Del Prete e Davide Gagliardi (regia del suono: Michele Del Prete), si approprierà degli spazi della Caos Art Gallery così com’era avvenuto alla Fabbrica del Vedere. Lasciandone un eco fino a domenica 23 agosto, ovvero per tutta la durata della Mostra.

Calle Lunga S. Barnaba 2687

Dorsoduro 30123 Venezia

caosartgallery@gmail.com

http://www.caosgall.com


 

Premio Cosua 2015

VI concorso internazionale di videoarte 2015

Mostra collettiva

dal 3  al 24 luglio dalle 16 alle 19

artisti: Con_Tatto, Matilde De Feo, Silvia de Gennaro

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SAPORE DI GIANNI

dal 18 maggio al 28 luglio dalle 10.30 alle 12.30
alla FABBRICA DEL VEDERE

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alla FABBRICA DEL VEDERE
mercoledi 1 aprile alle ore 17.30

ARAN ISLANDS
mostra fotografica di

Etta Lisa Basaldella

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ETTA LISA BASALDELLA

Sono veneziana di nascita, da sempre mi sento cittadina del mondo. Il mio incontro con la fotografia avviene nel settembre del 1972. L’occasione è un viaggio alle isole Aran in Irlanda, come interprete e segretaria di edizione di un documentario, a quarant’anni dalle riprese del film “L’uomo di Aran” di Robert J. Flaherty.Durante le pause di lavorazione, mi sono divertita a scattare immagini di una realtà di vita profondamente diversa dalla mia, scoprendo che il mezzo fotografico mi era congeniale per esprimere l’interesse e la curiosità per l’altro. Quest’ansia di conoscere, divenuta esigenza, mi ha spinta a percorrere le strade dei cinque continenti, sentendomi testimone del mio tempo, in una ricerca continua per capire e documentarne il momento storico. Mi sono dedicata così a scattare delle immagini corredandole con degli scritti, trovando nel fotogiornalismo la mia espressione ideale. Tra un viaggio e l’altro, con una visione più disincantata e consapevole, non ho tralasciato di documentare la mia città. Sono nate così istantanee di una Venezia minore, quella sconosciuta e lontana dagli itinerari turistici e, proprio per questo, più intima, più vera, di un quotidiano in evoluzione nel tempo, negli eventi, nelle persone. Nel 1973 sono entrata nel Circolo Fotografico La Gondola di Venezia, essendo presente con le mie opere alle annuali mostre collettive dei soci e partecipando ai concorsi nei successivi cinque anni, tanto da essere inserita nella classifica dei migliori fotografi italiani.Le mie fotografie sono state esposte in personali, proiettate e pubblicate in Italia e all’estero. Dal 2009 sono socia onoraria del C.F. La Gondola. In occasione del quarantennale, ho inaugurato il mio sito fotografico: www.ettalisabimages.it

Quando visitai la sua ultima mostra volevo chiedere a Etta Lisa perché fotografa Venezia ma ad un tratto cominciammo a parlare delle isole di Aran. Al contrario di Etta Lisa io non le ho mai viste ma facevano parte del mio immaginario grazie al film di Flaherty. La domanda perché fare foto a Venezia equivale a quella perché fare foto? Quando ho saputo che per Etta Lisa l’esperienza iniziale avvenne alle isole di Aran, ho capito perché ci trovammo a parlarne a Venezia. Da qui è partita l’idea di questa nuova mostra. Isole non isolano ma mettono a fuoco. Ci offrono un’inquadratura ferma e precisa della condizione umana. Noi comunichiamo tramite le immagini dei luoghi e volti amati. Esse racchiudono la ricerca dell’amore di cui non osiamo  parlare. Venezia ce lo dice in faccia offrendo incontri più belli e mai casuali.  

Ewa Gorniak Morgan, venicemylove.com (un progetto per farci incontrare)


Era il mese di Settembre 1972; ero partito per girare un documentario televisivo sulle isole Aran, tre piccole isole di pescatori ed emigranti, sperdute nell’Oceano Atlantico, che poco meno di quarant’anni prima il Regista Robert J. Flaherty, americano di origine irlandese, aveva portato alla ribalta con il suo documentario ‘The Man of Aran’ divenuto famoso. Mi accompagnava unapiccola troupe, tra cui Etta Lisa Basaldella, agli inizi della sua carriera televisiva ed ora interprete e segretaria di edizione del film. Già conoscevo le Aran per esservi approdato qualche anno prima da turista curioso; subito ero rimasto affascinato da quel paesaggio desolato, segnato da centinaia e centinaia di muretti di pietre accatastate l’una sull’altra a delimitare minuscoli fazzoletti di verde; ero rimasto affascinato dalle case con il tetto di paglia, dai carraughs, barche di vimini e tela catramata, dai resti di piccoli eremi, dai cimiteri abbandonati, e poi, da ‘Dun Aengus’, la massiccia fortezza in alto sulla collina, forse iniziata dai Fir Bolg, una popolazione irlandese del 3.200 a.C. Mi ero ripromesso di ritornarvi per descrivere con la pellicola il paziente scorrere di giorni e fatiche, di lotte col mare, col vento degli abitanti di questi scogli dimenticati: per documentare che cosa era cambiato in quarant’anni, dopo Flaherty. Etta Lisa aveva con sé una Asahi Pentax con due obiettivi, ma non potevo immaginare che quella sarebbe stata la sua prima esperienza di fotografa. Ricordo che non c’era croce celtica, non c’era chiesa, non c’era cimitero che non costituisse per lei, soggetto degno di essere immortalato con l’obiettivo. Ora la vedevo appollaiata su un muro, ora distesa sull’erba, ora in ginocchio; sembrava sin dai primi ‘scatti’ una professionista incallita. Ma soprattutto alle Aran compresi la sua sensibilità profonda, per come si entusiasmava davanti a questo o quel soggetto, per il taglio con cui lo inquadrava, per il gusto del particolare. E fu alle Aran che mi confessò che era quello il suo primo approccio con la fotografia, scoprendo quanto fosse affascinata dall’immagine.La macchina fotografica stava per diventare il suo mezzo di espressione. Nel suo vagabondare per il mondo, in Africa, Oceania, Asia, Europa, nelle Americhe, le immagini di Etta Lisa esprimono il loro significato al di là del momento in cui sono state fissate.Più che il passaggio, a lei interessa soprattutto l’uomo inserito nell’ambiente; interessano i volti, le mani, gli occhi. Istintivamente ha colto la lezione di Cartier Bresson, il grande Maestro: ‘Affinché una fotografia sia in grado di comunicare il soggetto in tutta la sua intensità, le relazioni formali devono essere rigorosamente stabilite. La fotografia implica il riconoscimento di un ritmo nel mondo delle cose concrete. la composizione non è un elemento che si aggiunge a posteriori …. essa è invece dotata di una sua necessità ed è impossibile separare il contenuto dalla forma’ .

Virgilio Boccardi


MAN OF ARAN

un film di Robert J. Flaherty produzione: Gaumont-British Picture Corporation; prodotto da Michael BALCON per Gainsborough Pictures; sceneggiatura e fotografia: Robert FLAHERTY; montaggio: John MONCK; musica: John GREENWOOD; direttore d’orchestra: Louis LEVY. personaggi e interpreti: l’uomo di Aran Colman KING; sua moglie Maggie DIRRANE; il loro figlio Michael DILLANE; i cacciatori di squali; Pat MULLEN, Patch RUADH, Patcheen FAHERTY, Tommy O’ROURKE; gli uomini della canoa Big Patcheen CONNEELY, Stephen DIRRANE, Pat McDONOUGH. Inghilterra 1934, bianco&nero, 76 minuti, versione originale restaurata                                                                                                                                                Uno degli straordinari poemi con i quali Robert J. Flaherty (1884 – 1951), tra gli anni ‘20 e i ‘50 del ‘900, ha celebrato l’uomo che riesce ad amonizzarsi con una natura perfino ai limiti della sopravvivenza. La quotidianità nelle isole Aran, ad ovest dell’Irlanda, viene raccontata da Flaherty nel suo primo film sonoro.


The Intruders

Ivan Dal Cin / Veronica De Giovanelli / Drifters /
Francesca Longhini / Tiziano Martini / Elena Mazzi /
Jacopo Mazzonelli / Laurina Paperina / Gianni Politi /
Roberto Pugliese / Alberto Scodro / Eugenia Vanni /

a cura di Federica Bianconi e Daniele Capra

Venezia, sedi varie

inaugurazione mercoledì 6 maggio ore 18, Squero Tramontin

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Cescot Veneto, in occasione della 56. Biennale di Venezia, è lieta di presentare The Intruders, mostra collettiva curata da Federica Bianconi e Daniele Capra che vede la partecipazione di dodici tra i più significativi giovani artisti della scena italiana,

ciascuno dei quali si è misurato con uno spazio della città lagunare mettendo a punto una strategie basata sull’intromissione ed il disturbo. Il progetto, che vede una mostra corale diffusa in oltre dieci sedi, si avvale della fondamentale collaborazione di numerose istituzioni, associazioni e luoghi espositivi veneziani che – con gradi differenti di adesione – hanno consentito alle opere di intrudere nel proprio spazio. Gli spazi coinvolti sono: Palazzo Ferro Fini sede del Consiglio Regionale del Veneto, San Sebastiano Università Ca’ Foscari, Liceo Artistico Statale, Liceo Classico Marco Polo, Spazio Thetis, AplusA, Museo Ebraico, Fabbrica del Vedere, Libreria La Toletta, We Crociferi, Squero Tramontin, Confesercenti Venezia.

The Intruders nasce da una riflessione sulle potenzialità che ha un’opera di essere estranea rispetto al contesto in cui è ospitata. Essa può essere inattesa nella sua collocazione fisica, nei contenuti, nel processo realizzativo o intellettuale che la hanno determinata, e che ne fanno il prodotto di una serie di istanze di ordine complesso estranee alla sua destinazione. Rivendicando la propria carica eversiva rispetto all’ambiente che la circonda, l’opera può essere negli effetti un intruso che, come scrive Jean-Luc Nancy, «si introduce di forza, con la sorpresa o l’astuzia». Essa diventa in tale modo un elemento fuori contesto, un irregolare, o, come scrive sempre Nancy, «un fastidio e un disordine nell’intimità».

The Intruders porta al massimo grado l’idea di opera come dispositivo che persegue la propria stessa clandestinità. La fruizione delle opere viene quindi frantumata attraverso un percorso espositivo che si snoda in svariati spazi della città, spingendo il visitatore a provare l’esperienza del flâneur, della persona che interagisce con il contesto cogliendo le diversità e gli aspetti significativi della città. Ogni osservatore ha così sempre una visione parziale della mostra, in relazione ai luoghi e alle opere viste, ma anche al suo desiderio di compiere un percorso fisico che è cammino che si snoda tra le sedi, tra i campi e le calli della città.

La mostra prevede una decina di opere collocate nella città, la self performance di Drifters e la performance di Roberto Pugliese il giorno 6 maggio alle 17 a partire dall’Accademia di Venezia.

Nel mese di giugno, presso Spazio Thetis, verrà presentato il catalogo, pubblicato da Artribune, con la documentazione delle opere e delle performance nonché testi dei curatori, di Gianluigi Ricuperati, Attilia Fattori Franchini, Eleonora Mayerle e il contributo delle partecipanti al corso FSE Creativity Moves.

The Intruders è un progetto di Cescot Veneto, Conferesercenti Veneto sostenuto con il contributo del Fondo Sociale Europeo e realizzato con la collaborazione del Consiglio Regionale del Veneto. L’evento gode del Patrocinio di MiBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, del Comune di Venezia, di Università Ca’ Foscari. Media Partner Artribune e Frase Contemporary Art.

Partner tecnici: O-BAG, Made in Lucania e Hotelautoespresso Marghera.


Al vernissage della mostra fotografica “Briciole di CameraPhoto” con la presenza di Gualtiero Marchesi, Chef italiano fondatore della nuova cucina italiana, Davide Rampello, direttore artistico del Carnevale di Venezia 2015, Stefano Karadjov, responsabile culturale del Carnevale di Venezia 2015, Gian Piero Brunetta, storico del cinema, Roberta Reeder, direttore artistico dell’associazione Musica Venezia, e tanti altri amici

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Briciole di CameraPhoto

BRICIOLE DI CAMERAPHOTO

Mangiare a Venezia negli anni ‘50

apertura dal 31 gennaio al 17 febbraio 10.30 – 12.30

Inaugurazione ufficiale venerdì 6 febbraio alle ore 16 con Gualtiero Marchesi, Gian Piero Brunetta, Davide Rampello

Con Sophia Loren, Jean Cocteau, Truman Capote, Giuseppe Di Stefano, Giorgio De Chirico, impegnati con il cibo sotto la guida di Giuseppe Cipriani, Grado Castelet, Arturo Deana, Mazzega, Zoppi, Romano: i grandi ristoratori di quegli anni. Instancabili, i reporter dell’Agenzia fotografica più curiosa del dopoguerra, tra un fatto di cronaca nera, una cerimonia celebrativa, un incontro con un artista famoso o nascente, una Biennale d’arte o di cinema che si voglia, hanno fissato a frammento la storia del secondo novecento veneziano. Per celebrare il Carnevale 2015 che, in consonanza con l’EXPO 15, sarà la festa più golosa del mondo nella Fabbrica del Vedere (Cannaregio 3857) l’Archivio Cameraphoto Epoche espone dodici immagini in rigoroso bianco&nero che rievocano la cultura del cibo a Venezia, tra protagonisti e fruitori, negli anni ‘50. Una incursione alle origini del Carnevale della Serenissima che proviene dall’Archivio Carlo Montanaro, permetterà ancora di osservare l’utilizzazione in Piazza San Marco del Mondo Novo, dentro il quale si poteva quasi certamente vedere in una veduta d’ottica di metà 700 la sfilata punitiva dei “ cornuti volontari” per le vie di Venezia.

 


Lanterne magiche

Mercoledì 17 dicembre, ore 17.30
Venezia, Calle del Forno, Cannaregio 3857
Mostra delle fotografie scattate da Francesco Barasciutti tra le apparecchiature della collezione Trevisan Montanaro D’Este.
Immagini che costituiscono il Calendario 2015 della FABBRICA DEL VEDERE dell’Archivio Carlo Montanaro, realizzato per sostenere le iniziative dell’Archivio.